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giovedì 2 ottobre 2008

Stranieri a casa propria

Quando si segue una vicenda come quella di Abba, il diciannovenne italiano originario del Burkina Faso, ucciso per aver rubato un pacco di biscotti, o almeno con questo pretesto, sono molte le cose che ci fanno pensare.
Ci si chiede innanzitutto, come è successo negli ultimi giorni, in un dibattito incessante tra politici, magistrati e gente qualunque, se sarebbe successa la stessa cosa anche se ad entrare in quel maledetto bar fosse stato un bianco, un milanese. Perché il ragazzo italiano lo era, su questo almeno nessuno ha avuto da contestare.
Ci si chiede, attraverso ragionamenti futili, se è giusto parlare di razzismo e xenofobia, o se si tratta di un “normale” caso di furto a cui i proprietari del negozio hanno reagito un “po’” esageratamente.
Ci si chiede se non sia un ennesimo caso di strumentalizzazione della politica, che ormai si deve rifugiare nelle disgrazie delle famiglie per poter affrontare temi importanti come quelli dell’immigrazione e della discriminazione.
Ma queste domande non hanno senso. Basta guardare i fatti per rendersi conto dell’unica cosa importante: l’inutile morte di un ragazzo come tanti altri, che abitava a Cernusco sul Naviglio, aveva studiato a Gorgonzola, andava a ballare il sabato sera a Milano con gli amici e come ogni ragazzo qualunque si trovava ad affrontare ora il difficile problema della disoccupazione, dei contratti a termini e di un lavoro in fabbrica.
Sono state dette tante cose su questa storia, anche troppe. Troppe le smentite e le aggravanti che si sono susseguite di giorno in giorno.
Abdoul e i suoi due amici avevano rubato oltre i biscotti anche l’incasso del bar. Poi no, non è vero, il portafoglio con i 600 euro in realtà è sempre rimasto lì, sul bancone, e i due proprietari, prima di inseguire i “rapinatori” non si sono nemmeno preoccupati di controllare. I tre ragazzi avevano una mazza con cui hanno minacciato Fausto Cristofoli e il figlio Daniele è intervenuto per difenderlo con la spranga dando un solo colpo. Ma poi si scopre che i fendenti invece erano sei, che non c’erano segni di colluttazione e che il giovane era già a terra quando è stato colpito ripetutamente, che la mazza non esisteva, o che comunque non è mai stata usata. Si dice che la xenofobia non c’entra. Invece poi forse sì, visto che la signora Cristofoli si dichiara apertamente razzista, perché la famiglia ha subito già altri furti da parte di extracomunitari e da poco nella zona una donna è stata violentata, ma poi si viene a sapere che il figlio ha la fedina sporca e che il marito ha addirittura precedenti per rapina, violenza sessuale e tentato omicidio.
Le uniche parole che però che danno un senso a tutto, alla disperazione di una famiglia che scopre attraverso una tragedia di essersi illusa forse per trent’anni di essere stata accettata e accolta da un altro paese, sono quelle della sorella di Abba: «Credevamo di essere italiani, ora sappiamo di essere neri». Le dichiarazioni della Moratti,del vicesindaco di Milano, del pm, di Rifondazione, dei centri sociali, degli striscioni, delle manifestazioni impallidiscono di fronte a questa unica e breve frase cristallina. Forse è solo su questa che dobbiamo riflettere.
Ne aggiungiamo un’altra però, quella di Gad Lerner: “sia chiaro che la Milano dell' Expo 2015 diventerà metropoli europea solo facendo sentire a casa loro, non ospiti provvisori e indesiderati, pure i suoi abitanti più recenti di nome Abdoul”.

domenica 22 giugno 2008

Straniero, chi?


Interpretare le nuove frontiere (uso questo
termine in quanto oggi è sempre meno significativo
e per questo, paradossalmente, molto
discusso) culturali, civili, politiche e identitarie
attraverso canoni che definirei “trame storiche”
oramai decadute di fatto, ma insediate tuttora nel
modo di rappresentarsi dello stato, della cultura
e della collettività, è quantomeno anacronistico e
lontano dalle possibili traduzioni del divenire
sociale.
L'identificazione nazionale, l'attaccamento alle
radici storico-religiose rappresentano, oggi, non
più un patrimonio conservabile,
ma strumenti di difesa contro un
futuro globale che cancella i
punti di riferimento esistenti. Il
cosmopolitismo annunciato (il
“villaggio globale”) si approssima
sempre più al “caosmospolitismo”:
il mondo si trasforma
progressivamente in una
grande città dove non sarà più
possibile controllarne le evoluzioni.
Futile considerare che i fondamentalismi e le
ideologie si faranno più solide. Sarà necessario
ripensare noi stessi e il nostro “ruolo” sulla terra
così come la vicinanza sempre più prossima dello
straniero, di chi è sconosciuto non solo per la provenienza.
A questo proposito vorrei citare le parole di un
filosofo francese (Jean-Luc Nancy), importanti
nel pensare il contatto e la venuta dello straniero
(che potremmo, nel contesto attuale, presentare
come immigrato).
“L'intruso si introduce di forza, con la sorpresa o
con l'astuzia, in ogni caso senza permesso e senza
essere stato invitato. Bisogna che vi sia un che di
intruso nello straniero che, altrimenti,
perderebbe la sua estraneità. Se ha già diritto
d'ingresso e di soggiorno, se è già aspettato e ricevuto
senza che niente di lui resti al di là
dell'attesa e dell'accoglienza, non è più l'intruso,
ma non è più nemmeno lo straniero.
Escludere ogni intrusione dalla venuta dello
straniero non è logicamente accettabile, né eticamente
ammissibile.” Nancy vuole sottolineare il
rispetto di cui l'estraneità, la diversità dell'altro
ha bisogno, in quanto le sole che permettono
ancora un avvicinamento e un confronto.
Prosegue..”Accogliere lo straniero deve essere
anche provare la sua intrusione”.
L'atteggiamento di chi accoglie
“presuppone che si
riceva lo straniero annullando
sulla soglia-(confine
nazionale se prendiamo un
esempio concreto)- la sua
estraneità: pretende quindi
che non lo si sia affatto ricevuto.
Ma lo straniero insiste e
fa intrusione. E' proprio
questo che non è facile accettare
e neppure forse concepire...”
Il senso dell'accoglienza non si deve ridurre,
com'è tipico delle società post-colonialiste, ad un
gesto di neutralizzazione e assimilazione. E' il
gesto di chi si sente dominante, parificare le
diversità altrui alla propria cultura, al proprio
modo di pensare, al proprio sistema sociale e alla
propria comunità.
La mentalità evoluzionistica porta chi ha rag
giunto un maggior stato di benessere a sentirsi in
diritto di gestire la situazione di chi quello stato
non l'ha raggiunto, con la presunzione di considerarsi
il modello ultimo di una forma di umanità.
Rendere uguali a se stessi è il più alto gesto di
dominio, le cui conseguenze sono
l'appiattimento della collettività e la maggior
possibilità di controllo. Ma questo gesto è il gesto
di chi è più debole.
In questo modo si viene a generare attrito e
rivaità tra persone di estrazione e radici diverse,
ingigantendo paura e conflitto con l'esito di un
arroccarsi sempre maggiore, tra persone e stato,
verso una politica identitaria e dell'appartenenza
che però è del tutto fittizia.
Xenofobia e germi neofascisti fanno parte di tutto
questo. Lo straniero e l'intruso sono già noi. E'
tempo di smettere di credere che sia sempre qualcun
altro a dover essere accolto.
Scrive Kant nel saggio “Per la pace
perpetua”:”Tutti gli uomini..come membri della
società per via del diritto al possesso comune
della superficie della Terra, su cui, giacché è una
superficie sferica, non possono disperdersi
all'infinito e devono sopportarsi a vicenda, e
originariamente nessuno ha più diritto di un
altro a stare in un luogo di essa”.

martedì 13 maggio 2008

Precariato


Questo mese abbiamo deciso di parlarvi di
precariato, ovvero dell'assenza cronica di un
lavoro stabile, dramma che ormai coinvolge centinaia
di migliaia di lavoratori in italia, e nel
mondo. Molti dotti economisti ci enunciano, dai
loro dorati scranni televisivi, gli innumerevoli
vantaggi che questa “flessibilità” porta
all'economia nazionale. Nessuno però ha mai
chiesto un parere a noi lavoratori, ed è proprio
per questo che noi vi proponiamo questa intervista
a Ferrari Gianluca, di Voghera. Anni 37,
laureato in economia e commercio, per farci
raccontare con lucida freddezza come, oggi, si
vive da precari.
- Quanti lavori hai fatto nella tua vita?
Sicuramente più di 10.
- Duarta media di un contratto
Non saprei, il più breve è stato di 3 giorni, il più
lungo nove mesi (in più proroghe da 15 giorni
l’una)
- In un anno quanto riesci a rimanere occupato?
Negli ultimi due anni, che sono stati i più fruttuosi,
non più di sette mesi su dodici. Con ovvie
ripercussioni sul mio reddito, che raramente
supera i 10000 euro lordi annui (NdR: la
retribuzione annua lorda di un operaio di basso
livello è di 16/17000 Euro)
- Sei mai stato iscritto a qualche sindacato?
No: mai avrei pensato di imbattermi in una realtà
lavorativa simile. Anche se ora mi rendo conto
potrebbe essermi utile cercare di capire i miei
diritti da lavoratore interinale.
- Hai mai cercato lavoro nel tuo campo?
Inizialmente sì, ma ormai a causa dell’età e della
mancanza di esperienza sto lasciando perdere, e
accetto tutto quello che capita.
- Ti riconosci/ti senti rappresentato da
qualche partito/movimento?
Attualmente no, in passato in parte
- Quali sono i maggiori problemi che hai
dovuto affrontare?
Non posso avere un’idea di futuro, non ci sono
prospettive, non posso nemmeno chiedere un
finanziamento per la macchina o un mutuo in
banca, persino affittare una casa si è rivelato
un'impresa. Vorrei sposarmi, ho una ragazza da
tanti anni, ma al momento è una scelta che è
necessario continuare a rimandare e non è una
bella cosa. Mi viene da invidiare le generazioni
precedenti alla mia che pur in una dignitosa
povertà hanno avuto una realtà lavorativa
migliore. Come negli anni del boom dove c’era
fiducia nell’avvenire.
- Come vedi il tuo futuro?
Lo vedo male, dimenticata da un pezzo l’idea di
un posto fisso, le speranze si affievoliscono e ti
rassegni a questa mediocrità e alla mancanza di
certezze. È sempre più difficile essere ottimisti
- Quali ritieni siano i motivi per i quali non
ti hanno mai assunto?
Penso che sia dovuto a evidenti limiti strutturali
del mercato del lavoro: ad esempio ho lavorato in
comune con un tempo determinato, senza possibilità
di proroghe nonostante io abbia superato
un concorso. Inoltre c’è un eccesso di lavoro qualificato:
ormai per un posto da impiegato si può
assumere un “ingegnere nucleare” e alla fine
“scansano” le persone normali. Al giorno d’oggi
la laurea non ti porta a nulla: tutti sono laureati e
tutti ci dobbiamo adattare a lavori sottoqualificati.
- Ritieni che la flessibilità abbia aiutato lo
sviluppo in italia?
È scontato dire di no, anche se sono cambiate le
dinamiche mondiali, non so se sia stato un passaggio
obbligato. L’unica cosa ci vorrebbe una
maggiore regolamentazione: vanno tutelate in
primo luogo le persone, la necessità della
flessibilità non può andare a discapito della
dignità di un individuo, ammesso che ci convincano
che serve.
- Per quella è che la tua percezione qualcuno sta
cercando di migliorare questa realtà?
A mio avviso si sta andando verso
un’accettazione fatalistica del precariato.

Globalizzazione


GLOBALIZZARE I DIRITTI UMANI: QUASI
UN'IMPRESA è il titolo della conferenza
tenutasi in occasione della fiera del consumo
critico e degli stili di vita sostenibili “Fà la cosa
giusta!”, nei giorni 11, 12 e 13 aprile. Ha aperto la
conferenza Sergio Marelli, direttore generale
FOCSIV, presentando il documento redatto dalla
CIDSE sull'impatto delle multinazionali nei paesi
del sud del mondo. FOCSIV è promotrice
dell'appello che chiede ai governi un maggior
monitoraggio delle azioni delle imprese che
operano nel sud del mondo. Tale appello va
diffuso a livello nazionale e non solo, tramite
un sistema di raccolta firme da consegnare
nel dicembre 2008 alle autorità
competenti del governo
italiano e a John Ruggie, Rappresentante
Speciale del
segretario Generale delle
Nazioni Unite per i diritti
umani e le imprese.
Da parte dei governi interessati
è necessaria più trasparenza,
ai dirigenti delle
imprese viene richiesta maggiore
responsabilità. Inoltre,
anche a livello internazionale si
chiede una regolamentazione più
rigida che blocchi i finanziamenti alle
aziende che non rispettano le dichiarazioni internazionali,
serve uno strumento che permetta di
perseguire legalmente le multinazionali che
calpestano i diritti umani, è necessaria
l'istituzione di un difensore civico esteso a livello
internazionale.
Cosa dice il diritto internazionale rispetto a
questo problema? Risponde Marco Mascia, direttore
del Centro Diritti Umani dell'Università di
Padova.
Innanzitutto bisogna tenere presente la pluralità
degli attori coinvolti: ordinamenti, normative,
grandi economie. Nonostante esista una legislazione
internazionale, i singoli stati sono restii
ad applicarla perché questa vorrebbe tenere sotto
controllo le grandi aziende. Gli stati sono complici
delle grandi aziende, sono felicemente ricattati.
Le dichiarazioni esistono, non sono frutto
della fantasia di alcuni idealisti, ma poichè chi
deve controllare è lo stesso soggetto che le
ignora, è ovvio e scontato che diventano
un'apparenza. L'ostacolo, contro cui ci si scontra
oggi, è il fatto che un nuovo ordine economico è
possibile solo attraverso un nuovo ordine
politico, bloccato, invece, nella logica del profitto.
Franco Nava, rappresentante UCID nazionale
pone l'accento sul fatto che anche chi è imprenditore
è chiamato a scindere la logica di mercato
entro la quale lavora, dall'assorbimento
generale che porta tutto a girare in
funzione del profitto.
Giambattista Armelloni, direttore
nazionale dell'ACLI
affronta il discorso della
responsabilità sociale di cui
ognuno di noi è portatore.
Siamo agli albori di una
situazione di drammatica
povertà, nella quale è
necessario un processo di
solidarietà mondiale. E'
fondamentale in questo
momento mettere le basi per
un'impresa umana, che inizia nel
Global Compact. L'impresa viene vista in
un'ottica diversa, ovvero come luogo non solo di
profitto, ma di tre bilanci: quello del profitto,
quello del capitale umano e quello dell'incidenza
ambientale.
Quello che è mancato era l'entusiasmo e soprattutto
mancava il pubblico. Oggi, 15 aprile, è il
primo giorno da premier di Silvio Berlusconi, un
soggetto che nella democratica Italia rappresenta
e impersonifica il rapporto marcio tra stato e
mercato/potere. Ci dicono che siamo liberi, che
viviamo in democrazia, in realtà non è così.
È vero che non c'è mai limite al peggio, ma è
anche doveroso prendere coscienza della propria
realtà e immergersi dentro ad essa. Non si può
più fare finta di niente.

Elezioni


Finalmente anche questa ennesima farsa elettorale
è terminata e neanche a farlo apposta la legge
dell’alternanza si conferma al 100%.
Dopo 20 mesi di governo Prodi, ci prepariamo ad
assaporare il Berlusconi – tris; è difatti la terza
carica da primo ministro negli ultimi 12 anni
( 1994 – 2001 – 2008 ).
Per la prima volta la sinistra non verrà rappresentata
in parlamento.
Possiamo dedurre che la richiesta di “voto utile”
da parte di Veltroni, una sfiducia crescente verso
il governo precedente, viste le promesse non
mantenute, e non ultima la crescita mediatica di
movimenti extraparlamentari (vedi Beppe Grillo)
abbiano tolto un bacino di voti alla sinistra radicale
che le avrebbe permesso di fare capolino al
parlamento.
Altro dato importante è l’affermazione della
Lega Nord, che governerà con Berlusconi, ma che
difficilmente riuscirà a portare il proprio programma
in parlamento (meno immigrati e tasse
gestite regionalmente non saranno proposte
gradite a chi ha come principale bacino elettorale
gli industriali).
Sarà questa una delle maggiori problematiche
che Berlusconi dovrà affrontare ma è lecito pensare
che la Lega si accontenterà di qualche poltrona
importante e lascerà i sogni di gloria federalisti.
Cos’altro hanno portato queste elezioni, le
sedicesime in 62 anni di storia della Repubblica?
Nulla come al solito: da domani il teatrino democratico
continuerà ad andare in scena; chi è al
governo continuerà a fare leggi a proprio favore
come nulla fosse, l’opposizione farà
l’opposizione gridando allo scandalo quando
invece hanno avuto due anni di tempo per
abrogare delle immani porcate quali conflitto
d’interesse, Gasparri e via dicendo, segno che
una differenza tra i due schieramenti praticamente
non esiste e che il motto divide et impera di
stampo romano è più che mai in voga.
Continueranno a guadagnare milioni al mese a
fare clientelismo, favoritismi e sperperare denaro
pubblico in nome dello stato; continueranno a
investire soldi in fantomatiche missioni di pace
(ora più che mai oltre al servilismo verso gli Usa
si potrà far vedere quanto si è fedeli a Israele)
Questo governo avrà poi il via libera per portare
a termine quelle opere contro le quali si sono
formati spontanei comitati di protesta (Tav , dal
Molin, discariche campane ecc...)
La speranza è che ora con al governo due
coalizioni quasi del tutto allineate sui principali
temi, la sinistra radicale riesca a rinascere dalle
sue ceneri e appoggiare quelle battaglie popolari
che si stanno consumando in Italia e che dovrebbero
essere parte del suo DNA, ma che da troppo
tempo sono state abbandonate a favore di una
comoda poltrona in parlamento.
La paura è che senza sinistra istituzionalizzata
assisteremo a parecchie manifestazioni dove
l’ordine pubblico verrà direttamente gestito a
suon di manganelli, non che negli anni passati
non sia stato uno strumento utilizzato; qualcosa
fa supporre però che in un futuro prossimo sarà
la moda nei circoli polizieschi.
Nel frattempo i cittadini continueranno a essere
tassati o derubati, decidete voi il termine che più
vi aggrada, come e più di prima; luce, gas e benzina
continueranno ad aumentare ma la colpa
sarà dell’euro e della famosa “congiunzione
economica sfavorevole“ (che sarà mai???),
dell’inflazione che aumenta perché aumentano i
prezzi e sarà colpa dei prezzi che aumentano
perché aumenta l’inflazione.
Prepariamoci dunque a vivere anni difficili, nei
quali la crisi sociale ed economica toccherà livelli
catastrofici, anni le cui linee guida, politiche
sociali ed economiche, sono gia state dettate dalle
elites internazionali e alla quale i nostri politici
obbediscono senza se e senza ma , lasciando
andare il paese allo sfascio.
E più che mai evidente, se mai in parlamento
fosse esistita un opposizione che fosse la voce del
popolo, che ora sulle poltrone pagate dai cittadini
italiani siedono due gruppi uguali e d’accordo su
tutte le decisioni da prendere in ambito nazionale
ed internazionale sempre a discapito del popolo.
Teniamoci pronti a una lunga e dura battaglia
perché ora più che mai l’opposizione diventerà il
la gente comune senza più intermediari politici ,
PCI o chi per loro , sperando che al più presto si
possa prendere coscienza della farsa democratica
che da troppo tempo va avanti in questo paese.

Elezioni 2008


Per commentare i risultati delle elezioni politiche
due in particolare sono i dati da prendere in
esame: la netta vittoria della coalizione del
centro-destra e l'uscita dal parlamento della
sinistra l'arcobaleno.
Fare luce e spiegare le motivazioni che hanno
portato al nuovo assetto politico italiano, dopo
questa tornata infausta di elezioni, non è impresa
facile.
Iniziamo dicendo che il tanto biasimato "voto
utile" si è rivelato un fragile capro espiatorio
utilizzato dai partiti confluiti nella Sinistra
l'arcobaleno per giustificare la loro sconfitta,
invece di prendere coscienza dei propri errori.
Inoltre la non del tutto democratica e poco credibile
legge elettorale ha cancellato la responsabilità
civica e il senso politico. La presenza alle urne
si è così trasformata in una semplice e definitiva
gara tra due sole coalizioni, le quali hanno fagocitato
i gruppi minori.
Antiberlusconismo, antifascismo, il no secco alla
xenofobia, ambiente, integrazione sociale, laicità,
lavoro, istruzione e cultura pubbliche che non
releghino lo studente a mero componente di una
struttura sociale capitalistico-aziendale, politici
faccendieri con amicizie mafiose: sono tutte sfaccettature
di un sentimento che si è manifestato
nel consenso al Pd da parte di una porzione di
italiani che appartengono ad una sinistra coscenziosa
e critica. Porzione che, per intenderci, ci ha
provato ad evitare una legislatura che porterà ad
una deriva illiberale, antidemocratica, intollerante
e statica, il nostro paese. Porzione che, se
non optava per l'astensione politica, come sottolineato
da alcuni politologi, si trovava con una
sola freccia nella faretra. Ora sappiamo tutti cosa
significa mancare il bersaglio.
Se le elezioni primaverili hanno previsto una
dinamica di voto in cui fosse necessario un accumulo
quantitativo e non un consenso qualitativo,
limitando un diritto ottenuto sulle ceneri di un
totalitarismo, cerchiamo allora di analizzare
come essa sia stata determinata da un certo tipo
di strategia comunicativa e politica. I contenuti
della destra si sono soffermati, prepotentemente,
su argomenti che riguardano la sfera del concreto
e del materiale, del privato. Niente di più facile,
da questo punto di vista, in un contesto sociale
dove gli interessi si indirizzano proprio in questo
senso. Espedienti da abile commerciante quali
l'eliminazione dell'ici (come faranno i comuni ad
assolvere alle loro spese senza uno dei loro maggiori
introiti?), il bonus bebè, la detassazione
degli straordinari ( la quale pare sottacere l'idea
di un lavoratore a tempo pieno che ha più denaro
da investire in una logica di consumo sempre più
tout-court) lasciano trasparire l'immagine di un
rapporto uomo-politica che rasenta la compravendita,
dove si cerca di accontentare
nell'immediato allo scopo di rabbonire gettando
il resto in un'approssimazione più o meno generale.
Cinismo e materialismo non mancano né a
Berlusconi, né a chi lo vota.
Le parole chiave come SICUREZZA e IMMIGRAZIONE,
utilizzate come slogan da urlare
nelle piazze, sono risultate un efficace strumento
per fornire ai cittadini una percezione della realtà
distorta e strumentalizzata. A cui però,
purtroppo, la maggioranza degli italiani ha
creduto. L'appoggio ad una politica securitaria e
repressiva si coniuga con una gestione saperecomunicazione
sempre meno libera e indipendente,
regolata da un monopolio dei mezzi di
informazione. E' argomento ormai straccio per
quante volte è stato discusso, ma è bene ricordare
che chi governa oggi, con il possesso di tre reti
private (non regolari di fatto, ma su cui si è continuato
ad abrogare e a legiferare su misura a
discapito dell'ancora recriminante Europa7),
della televisione di stato e di giornali nazionali ha
un'influenza mediatica assimilabile a quel quarto
potere profetizzato da Wells. Il passo verso la
paralisi culturale e politica è molto breve, tenuto
conto del fatto che i cittadini sempre meno
formano la loro coscienza in modo autonomo,
permettendo che questa "si sviluppi" attraverso
un racconto di immagini-parole di stampo prettamente
giornalistico e salottiero a cui viene
affidata maggiore autorità. Prendendo come
esempio la retorica dell'immigrato, cavallo di
battaglia di Bossi e seguaci, possiamo osservare
come sia stata creata una distanza tra la paura
percepita e la paura reale nei confronti dello
straniero e del fenomeno dell'immigrazione. Ma
di nuovo emerge come il "mandiamoli a casa",
autoritario e xenofobo, della lega faccia breccia
nella gente, sia per i motivi di cui sopra, sia per
una mancata riflessione e conoscenza del fenomeno.
Un compito che forse avrebbe dovuto assolvere
quella sinistra che in parlamento non c'è più, e
che invece ha assunto sempre una posizione vaga
e permissiva, mai decisa e propositiva, forse consapevole
dell'insofferenza sempre maggiore
degli italiani. Questo buonismo insipido, su cui
l'interessata è bene faccia mea culpa, ha in parte
dato adito all'incrementarsi di una mentalità
retrograda e incondizionatamente intollerante
che dunque lascia spazio ad una giustizia sommaria,
forcaiola e parziale.
La realtà dello straniero/immigrato è quasi
sempre complicata, figlia di un passato civile
economico ed esistenziale, in patria, travagliato.
E invece lo aspetta un'accoglienza inadeguata e
una legislazione superficiale e repressiva. Si è
parlato davvero poco di quanta manodopera non
italiana venga impiegata nei settori lavorativi più
umili, molto spesso disprezzati dagli italiani
stessi. La non regolarizzazione degli immigrati
porta ad una sempre più elevata ricattabilità contrattuale
ed amplifica il reticolo del lavoro nero, a
discapito del lavoratore stesso (non tutelato) e
dello stato, e a vantaggio, ovviamente, di chi non
ha scrupoli. La sinistra radicale non è riuscita a
fare leva su questi elementi per aprire un dibattito
solido in sede istituzionale e non che riguardasse
la condizione generale del lavoratore oltre
che quella dello straniero.
Se oggi l'operaio vota la Lega o Berlusconi è
anche per questo. Parlamento e luoghi di lavoro,
sindacati e operai sono oggi più lontani che mai.
Anche perchè il lavoratore moderno non è più
politicizzato come in passato, assuefatto dalle
esigenze e condizioni lavorative. Il salario è
l'unico motivo di preoccupazione. Così, ha più
successo chi sentenzia "Roma ladrona" e acclama
il federalismo fiscale.
Se berlusconismi, post-fascismi e leghismi hanno
trovato terreno fertile e una situazione socioculturale
su cui attecchire, ora la sinistra deve
chiedersi chi è, da dove viene e soprattutto dove
vuole arrivare. In questo momento della storia,
nel quale non esiste più una rappresentanza
parlamentare, ognuno di noi deve cercare di
ricreare un'identità vigorosa e coerente su un
territorio di confronto-scontro che ha inevitabili
richiami con un passato, il '68, su cui però non si
può più gongolare. La nostra parola chiave è:
AUTORGANIZZAZIONE.