Quando si segue una vicenda come quella di Abba, il diciannovenne italiano originario del Burkina Faso, ucciso per aver rubato un pacco di biscotti, o almeno con questo pretesto, sono molte le cose che ci fanno pensare.
Ci si chiede innanzitutto, come è successo negli ultimi giorni, in un dibattito incessante tra politici, magistrati e gente qualunque, se sarebbe successa la stessa cosa anche se ad entrare in quel maledetto bar fosse stato un bianco, un milanese. Perché il ragazzo italiano lo era, su questo almeno nessuno ha avuto da contestare.
Ci si chiede, attraverso ragionamenti futili, se è giusto parlare di razzismo e xenofobia, o se si tratta di un “normale” caso di furto a cui i proprietari del negozio hanno reagito un “po’” esageratamente.
Ci si chiede se non sia un ennesimo caso di strumentalizzazione della politica, che ormai si deve rifugiare nelle disgrazie delle famiglie per poter affrontare temi importanti come quelli dell’immigrazione e della discriminazione.
Ma queste domande non hanno senso. Basta guardare i fatti per rendersi conto dell’unica cosa importante: l’inutile morte di un ragazzo come tanti altri, che abitava a Cernusco sul Naviglio, aveva studiato a Gorgonzola, andava a ballare il sabato sera a Milano con gli amici e come ogni ragazzo qualunque si trovava ad affrontare ora il difficile problema della disoccupazione, dei contratti a termini e di un lavoro in fabbrica.
Sono state dette tante cose su questa storia, anche troppe. Troppe le smentite e le aggravanti che si sono susseguite di giorno in giorno.
Abdoul e i suoi due amici avevano rubato oltre i biscotti anche l’incasso del bar. Poi no, non è vero, il portafoglio con i 600 euro in realtà è sempre rimasto lì, sul bancone, e i due proprietari, prima di inseguire i “rapinatori” non si sono nemmeno preoccupati di controllare. I tre ragazzi avevano una mazza con cui hanno minacciato Fausto Cristofoli e il figlio Daniele è intervenuto per difenderlo con la spranga dando un solo colpo. Ma poi si scopre che i fendenti invece erano sei, che non c’erano segni di colluttazione e che il giovane era già a terra quando è stato colpito ripetutamente, che la mazza non esisteva, o che comunque non è mai stata usata. Si dice che la xenofobia non c’entra. Invece poi forse sì, visto che la signora Cristofoli si dichiara apertamente razzista, perché la famiglia ha subito già altri furti da parte di extracomunitari e da poco nella zona una donna è stata violentata, ma poi si viene a sapere che il figlio ha la fedina sporca e che il marito ha addirittura precedenti per rapina, violenza sessuale e tentato omicidio.
Le uniche parole che però che danno un senso a tutto, alla disperazione di una famiglia che scopre attraverso una tragedia di essersi illusa forse per trent’anni di essere stata accettata e accolta da un altro paese, sono quelle della sorella di Abba: «Credevamo di essere italiani, ora sappiamo di essere neri». Le dichiarazioni della Moratti,del vicesindaco di Milano, del pm, di Rifondazione, dei centri sociali, degli striscioni, delle manifestazioni impallidiscono di fronte a questa unica e breve frase cristallina. Forse è solo su questa che dobbiamo riflettere.
Ne aggiungiamo un’altra però, quella di Gad Lerner: “sia chiaro che la Milano dell' Expo 2015 diventerà metropoli europea solo facendo sentire a casa loro, non ospiti provvisori e indesiderati, pure i suoi abitanti più recenti di nome Abdoul”.
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giovedì 2 ottobre 2008
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